10 inspiegabili (?) primi posti a Sanremo

059ansaSono tanti i motivi per cui un brano sanremese può non funzionare. Gli obbrobri non sono mancati in 68 edizioni, ma spesso al chiudersi notturno dell’ultima puntata siamo rimasti talmente sconcertati dall’esito finale del Festival che chiedersi: “Perché?” è stato addirittura riduttivo. Dopo il post sui 10 inspiegabili secondi posti a Sanremo era d’uopo mettere insieme anche le 10 canzoni che, inspiegabilmente, hanno portato a casa la palma senza effettivi meriti.

1974 / Iva Zanicchi – Ciao Cara, come stai?
1976 / Peppino Di Capri – Non lo faccio più
1994 / Aleandro Baldi – Passerà
1997 / Jalisse – Fiumi di parole
1998 / Annalisa Minetti – Senza te o con te
2002 / Matia Bazar – Messaggio d’amore
2006 / Povia – Vorrei avere il becco
2008 / Giò Di Tonno e Lola Ponce – Colpo di fulmine
2010 / Valerio Scanu – Per tutte le volte che…
2015 / Il Volo – Grande amore

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10 inspiegabili secondi posti a Sanremo

01-00151974000003Nell’arco delle 69 edizioni del Festival più amato e seguito d’Italia sono state tante le ingiustizie musicali riservate a brani che poi sono effettivamente rimasti impressi nell’immaginario collettivo e nella storia della nostra musica. È evidente, e lo sappiamo tutti: non sempre il leone appoggiato alla palma, simbolo del Festival, è finito nelle mani giuste. Ed è curioso notare come la maggior parte delle ingiustizie di cui sopra si siano consumate negli ultimi 30 anni. Andiamo a vedere, in ordine temporale, quali sono i più inspiegabili secondi posti nella storia di Sanremo.


1966 / Caterina Caselli – Nessuno mi può giudicare

1970 / Nicola Di Bari – La prima cosa bella

 

1978 / Anna Oxa – Un’emozione da poco

 

1992 / Mia Martini – Gli uomini non cambiano

1994 / Giorgio Faletti – Signor Tenente

1997 / Anna Oxa – Storie

2000 / Irene Grandi – La tua ragazza sempre

2001 / Giorgia – Di sole e d’azzurro

2003 / Alex Britti – 7000 caffè

2015 / Nek – Fatti avanti amore

10 album che non vediamo l’ora di ascoltare

MGMT – Little dark age
The Vaccines – Combat sports
The Fratellis – In your own sweet time
The Wombats – Beautiful people will ruin your life
Franz Ferdinand – Always ascending
Max Gazzè – Alchemaya
Lo Stato Sociale – Primati
Owl City – Cinematic
Kendrick Lamar, The Weeknd, SZA – Black Panther the album
Left Boy – AND THIS TITLE. LOVE,

RECENSIONE: AWOLNATION- Here come the runts ****

La vita è tutta una questione di “Fattore C” (ed è meglio fermarsi qui per non scadere nel volgare che tanto piace a chi recensisce, di questi tempi). Banale o meno che sia, quest’introduzione ribadisce che ci sono grandi fenomeni che diventano tali perché è evidente che il talento che li ha generati meriti una ricompensa, ma è altrettanto vero che ce ne sono altri che, pur possedendo le stesse qualità, comunque non riescono ad affermarsi. Questione di appeal? Di chi sfoggia più tatuaggi o di chi strizza più l’occhiolino con coretti e “Oooh-oooh” vari? L’infedele risponderebbe seccato: “Ma no, via, il punto è che semplicemente non c’è spazio per tutti, bravi o meno che siano, il genere rock alternativo è saturo”.

Va bene, facciamo finta di prendere questa risposta per buona. Ma è proprio in quel momento, allora, che bisogna salire in cattedra e rendere onore a gente come Aaron Bruno e ai suoi AWOLNATION che dal 2011 sono in costante crescita e continuano a dare vita ad un repertorio che non ha nulla da invidiare a molti millantati colleghi. Per chi non li conoscesse, andate ad ascoltare Sail, il pezzo di punta che, nel 2010, ha fatto urlare di ribellione anche il più composto degli impiegati di banca (o delle poste o dell’ufficio dietro casa, fate voi).

Con Here come the runts, senza eccedere nei fasti, Bruno propone 14 brani diversi fra loro ma sempre pregni di quella carica ribelle che contraddistingue i suoi lavori. Forse un po’ troppo lungo (all’undicesima/dodicesima traccia avrebbe già potuto chiudere i battenti con tutti gli onori al merito), ma sempre e comunque in grado di catturare l’ascolto con melodie piacevoli, ritornelli che si piantano bene in testa e quella sana follia che è parte del suo modus operandi compositivo e interpretativo.

La title track con cui si apre il disco è un’opening che carica come una scena d’azione di uno 007, con chitarra elettriche in grande spolvero e una sezione di fiati che scalpita fino ad esplodere strada facendo. Così, già alla seconda traccia siamo cotti a puntino e pronti per attraversare il girone dei lussuriosi sotto le note di Passion (il singolo di lancio). Miracle Man è l’archetipo dello stile AWOLNATION, mentre Jealous Buffoon ha il potere di innescare la reazione del piede direttamente collegato ai circuiti dell’ascolto. Un pezzo che ricorda lo stile degli ultimi Kaiser Chiefs. Un lieve rallentamento nelle tracce successive che non va ad intaccare il ritmo né la qualità del materiale, anzi, aggiunge ai sapori sonori del disco anche quel tocco di acido che al songwriter in questione piace tanto. Si prosegue con My molasses, una ballata davvero interessante e mai zuccherina, per poi riprendere quota con l’epicità stile Muse di Cannon Ball. Nessun acuto da qui in poi, ma resta quanto di buono fatto nelle tracce precedenti fra le quali segnaliamo almeno 2/3 pezzi che meriterebbero l’heavy rotation radiofonica. Questo per dire, se ancora non si fosse capito, che continuare a sottovalutare una band come gli AWOLNATION è una follia indicibile (sempre per non scadere nella volgarità).

PEZZO MIGLIORE: Miracle Man
MA ANCHE: Passion, Handyman, Jealous buffoon, My molasses, Cannon Ball.

MAROON 5 – Wait (Chromeo Remix)

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I Maroon 5 sono presenza fissa da queste parti, ma il nuovo album non ci ha particolarmente entusiasmato, così come il singolo Wait, uscito la scorsa settimana. Ma non appena abbiamo sentito il remix dei Chromeo, abbiamo gridato al miracolo: il marchio di fabbrica del duo canadese è inconfondibile.

CHVRCHES – Get out

Ecco, i CHVRCHES devono ringraziare di aver pubblicato questo singolo in pieno inverno, altrimenti un posticino nella Summer Compilation non gliel’avrebbe tolto nessuno. Questo è poco, ma sicuro.

Recensione: FALL OUT BOY – M a n i a ****

600x600bfIl travaglio è stato lungo, anche più del previsto, ma alla fine il nascituro sta bene e gode di ottima salute. Terminologia da reparto ostetricia a parte, è un po’ questa la sensazione che avranno avuto i fan quando, quest’estate, dopo aver sfornato Young and Menace prima e Champions, poi, Joe, Patrick, Pete e Andy, in arte i Fall Out Boy hanno offerto un gustoso antipasto di M A N I A.

Iniziamo subito col dire che fin dal primo ascolto il disco lascia tutt’altro che indifferenti e che gli amanti del pop di estrazione più elettro-rock sapranno apprezzare i ritornelli coinvolgenti, le casse potenti e il clima di costante “presa” che avvolge le dieci tracce dell’album. C’è anche qualche strizzata d’occhio al pop meramente commerciale qui e là, sicuramente, (come in Hold me tight or don’t) ma senza mai esagerare. In tutta onestà risulta difficile trovare altri punti deboli in questo disco, prodotto con tutti i crismi del caso e avvolto da un’aura non comune di questi tempi. Nessun tentennamento nel flow, omogeneità di suoni, la presenza di potenziali singoli mica da ridere. Apprezzabile anche l’assenza di sbavatura, di orpelli d’arrangiamento: i pezzi arrivano dritti al sodo, concisi come è giusto che sia, al punto che nove su dieci non superano i quattro minuti di durata.

La stampa di settore potrebbe calare l’asso con il solito “si tratta del loro disco più maturo”, noi ci sentiamo di affermare che di sicuro è il più interessante, soprattutto perché arriva in un momento storico della musica pop in cui il lento sgretolarsi del progetto Linkin Park ha lasciato dei vuoti non indifferenti nell’angoletto dedicato al genere più dichiaratamente elettro-alternative-rock.

PEZZO MIGLIORE: The last of the real ones
MA ANCHE: Young and menace, Champions, Stay frosty royal milk tea, Wilson (Expensive mistakes), Heaven’s gate, Sunshine riptide.