Recensione: ACHILLE LAURO – 1969

Attenzione: questo disco è sconsigliato a chi, incuriosito dalla performance sanremese, si avvicina ad Achille Lauro senza aver mai ascoltato un album di musica trap. Premessa doverosa perché, pur essendo coraggioso nella contaminazione dei suoni e ispirandosi all’anno che non può non riportare alla mente Hendrix, Cocker e i fasti di Woodstock, 1969 resta un disco trap. Lungi questo dall’essere necessariamente un difetto bisogna dire che il buon A.L. ha tirato fuori l’album più innovativo del suo genere, rompendone le regole. Tante chitarre (vere!) che suonano imitando quel tipo di rock fatto di riff e power chord e che (chi l’avrebbe mai detto) con la trap non stonano affatto. Anzi! Fra le righe del sogno del successo, delle macchinone e degli abiti griffati, c’è il racconto di quella generazione che Vasco Rossi in questi giorni ha detto che andrebbe compresa anziché giudicata. Meno profondo di altri colleghi (Mahmood in primis) ma meno radicale rispetto ai big del genere. Vale quantomeno un ascolto!

7/10

PEZZO MIGLIORE: Rolls Royce
DA ASCOLTARE: Je t’aime, C’est la vie, 1969, Roma, Sexy ugly.


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