Perché la proposta di legge sulla musica italiana non è proprio una cazzata

di Ringo Starz


Ha fatto e sta facendo scalpore la proposta del presidente della Commissione Trasporti, il leghista Alessandro Morelli, di istituire per legge una quota del 33% dedicata alla trasmissione di canzoni italiane sui network radiofonici e radiotelevisivi. Fra queste, una su dieci dovrà essere necessariamente di un artista emergente. L’argomento è stato spesso oggetto di discussione sui tavoli della politica, con le proposte più recenti che risalgono al 2017, quando l’allora Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini (PD) si era detto favorevole e speranzoso all’idea di poter incentivare la trasmissione di più musica italiana. L’intento sarebbe, a grandi linee, quello di riprendere (in un modo certamente più blando) ciò che accade già da tempo in Francia, dove per legge tutti i network, nazionali e privati, così come le emittenti televisive dedicate, devono contenere nel loro palinsesto almeno il 40% di musica nazionale.

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L’ex Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che nel 2017 aveva avanzato una proposta simile a quella del leghista Morelli.

Nulla di strano, se non fosse che la proposta è arrivata a pochi giorni dalla meritatissima vittoria di Mahmood a Sanremo con il brano Soldi. Le testate “giornalistiche” hanno fiutato la notizia creando così una (all’apparenza) inesistente catena di causa-effetto  tra i due eventi, generando un duplice danno. Il primo, quello vecchio come il cucco, è la strumentalizzazione volta a delegittimare una formazione di governo che, piaccia o no, è questa, dobbiamo tenercela, e non sarà certo una polemica sulla musica nazionale a “toglierla di mezzo”.

Poi c’è l’effetto peggiore di tutti, quello che ricade a cascata sulla gente, soprattutto sui soggetti più limitati. Ad esempio quelli che ancora non hanno capito che Mahmood è italiano (Alessandro Mahmoud, nato a Milano), che ciò che vende è italiano e che questa proposta considererebbe la sua canzone a tutti gli effetti un prodotto Made in Italy.

Resta la totale mancanza di coscienza e di onestà intellettuale da parte di chi scrive, ma forse più di chi pubblica. Associare a questa notizia la foto di Mahmood, vuol dire non solo ammettere apertamente la propria malafede, ma (più di ogni altra cosa) mancare di rispetto ad un ragazzo, ad un artista, usato come pedina per manipolare un’informazione sempre più raschia-barile e allo sbando.

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La proposta di legge del leghista Morelli non è una cazzata. E se lo fosse, non sarebbe più grave di molte altre tirate fuori anche dalla sua fazione politica. E lo diciamo al termine di un’attenta considerazione. Se all’ennesimo passaggio del nuovo brano di un grande artista straniero, che non ha certo bisogno di ulteriori spinte radiofoniche per aumentare la popolarità del suo pezzo, potessimo preferire quello di un o una cantante o band emergente italiana, che male ci sarebbe? Se ogni giorno potessimo ascoltare tre o quattro canzoni nuove di pacca per ogni singolo network, moltiplicando la cifra ottenuta per tutte le radio esistenti in Italia, e poi ancora moltiplicando il tutto per 365 giorni, quante canzoni nuove ascolteremmo in più ogni anno rispetto alla solita assordante heavy-rotation?

Si potrebbe dare finalmente la possibilità ad artisti giovani ma di livello, come quelli che ogni giorno cerchiamo di proporvi attraverso i nostri canali, di farsi conoscere e di promuovere il loro prodotto. A quel punto vox populi ne decreterà o meno il successo, ma dimostrerebbe quantomeno che la questione non è sottovalutata. Sarebbe anche una buona strategia per diminuire il divario tra ciò che è definito mainstream o “di nicchia”, semplicemente perché una definizione non è meglio o peggio dell’altra. Si può fare un buonissimo disco ed uno successivo penoso tanto se si è in rotazione su Radio Deejay, quanto se si appare a malapena nelle Discover Weekly di Spotify.

Il fatto che un cancro storicamente noto come la malainformazione stia raggiungendo il suo apice proprio in un’epoca ricca di modernità, di innovazione, di pluralità, di voci è estremamente preoccupante. Si dice che instillare una goccia in un mare sia poca cosa. Noi ci abbiamo provato. E senza la presunzione di avere assolutamente ragione.


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