E se anche tu stessi uccidendo il Jazz?

di Vasco B.



Il Jazz è patrimonio dell’
UNESCO. Lo sapevate? Solo questo forse basterebbe a farci fermare a riflettere per un attimo. Addirittura? Sì. Il Jazz trascende la musica, il tempo, lo spazio. Trascende il genere umano stesso. È la più alta, pura, magnifica espressione dell’umanità (musicalmente parlando).

Deliri di un appassionato? No, e vi spieghiamo perché.

Qualcuno diceva: “Mi piace pensare agli umani come a neuroni di un cervello più grande, la cultura umana”. È conoscenza, emozione, sfida, compromesso e contrapposizione. È speranza, L’elevazione dal canto blues dei campi di cotone, dallo schiavismo e dalla sofferenza muta di chi ha passato la propria vita in quei luoghi. Arriva dal popolo per il popolo. È la più grande invenzione umana mai creata assieme alla musica classica.
Va preservato non come genere musicale, non come “conoscenza del genere” con libri e articoli, non va trattato come genere… Non si etichetta, non si archivia, non si registra… Si vive! Il Jazz va suonato e vissuto sul momento e soltanto dopo alcune memorabili interpretazioni entrano nei dischi che hanno fatto la storia del genere. Non si può ingabbiare l’estro di Michel Petrucciani in una registrazione, non si può chiedere a Miles Davis di rifare nello stesso identico modo i magnifici tre quarti d’ora di A kind of blue. Il Jazz si vive! È collettivo, mai elitario. E tutto sta nel non detto, nello spazio tra due note, ed è in quella non ancora suonata si crea il legame, la chimica, tra chi lo suona e chi lo ascolta.

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“Tanto il Jazz non morirà mai”? No, purtroppo. Se ne sta andando lentamente nel disinteresse generale, sta scivolando nell’indifferenza come tutte le cose di cui non si ha più bisogno, come se non fosse la controparte musicale di ciò che per la letteratura è un capolavoro come la Divina Commedia. Sta morendo, insomma. Sta diventando sempre più elitario, chiuso in una piccola cerchia malata di soldi e gloria.

Come possiamo fare per salvarlo?

Deve ritrovare la strada, non intesa come cammino. La strada quella vera. L’amore del popolo e i sentimenti che lo accompagnano. Lo swing deve ritrovare il suo blues; il blues le sue radici profonde. Non solo synth e magheggi dell’elettronica, abbiamo bisogno di tornare ad ascoltare un sassofono ossidato che strilla la sua sofferenza, un contrabbasso che ora piange, ora ride come un gigante gentile, un pianoforte consumato da martellare e accarezzare, una batteria da cui far nascere tensioni e distensioni come fa ogni bravo leader.

Il Jazz sta morendo ed è per questo che abbiamo deciso di consigliarvi dieci brani che possono aiutarci in questo percorso di recupero del nostro grande malato, la cui saggezza e le cui qualità sono un patrimonio immenso per tutti noi.

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