Recensione: MUSE – Simulation theory

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Non ci sarà album dei Muse che dividerà la fan-base più di questo Simulation theory, che arriva dopo un anno di singoli lanciati apparentemente nel vuoto e di tanto in tanto. Una strategia non del tutto vincente, considerando che, pur non trattandosi di un concept, l’identità sonora e i temi trattati sono parte di un progetto concepito nella sua unità e non in modo frammentato. Con una copertina sci-fi di concezione anni Ottanta, i tre di Teignmouth hanno ripensato il loro sound ibridandolo con un certo tipo di elettronica che, pur di ispirazione retrò, suona tremendamente moderna. Ed è forse questo elemento, unito alla presenza di brani più radio-friendly del solito, che potrebbe far storcere il naso a chi li segue da sempre, o almeno dai tempi di Origin of symmetry. 

Si tratta di un’evoluzione, piaccia o non piaccia. Anzi, non è impensabile che anche una band di fascia A tenti strade nuove, per quanto possano risultare impopolari alle orecchie dei puristi. Che poi bisogna pure vedere cosa si intende per impopolari, perché è altrettanto vero che quando i Muse toccano qualcosa, di qualunque cosa si tratti, sanno come fare centro. In Simulation Theory c’è tutto ciò che li ha resi grandi: un Bellamy in forma smagliante, la contaminazione fra rock ed elettronica, buon gusto e l’epicità inconfondibile dei loro pezzi. La differenza è che suonano meno “classic” e più 2018, nel bene e nel male.

I singoli usciti quest’anno avevano già fatto intuire in che direzione andasse il tutto, anche se non sempre hanno brillato di luce propria. Dig down, ad esempio, più la ascoltiamo e più ci ricorda la vecchia Madness, mentre la furbissima Something human (che tuttavia guadagna punti ascolto dopo ascolto) sembra un collage di melodie che partono da I’ve just seen a face dei Beatles fino ad esempi molto più recenti. Decisamente migliore è stato l’impatto con Thought contagion. 

Fra gli 11 pezzi del disco non vanno sottovalutati i prepotenti synth di Algorithm, la traccia di apertura, e di The dark side. In Pressure sembra di risentire per un attimo la band negli anni di Time is running out, insomma i Muse impressi nell’immaginario collettivo dei più. E se Propaganda strizza l’occhio a PrinceBreak it to me contamina suoni di ogni tipo fra echi mediorientali. Decisamente fuori contesto (si badi bene, non fuori luogo) Get up and fight, la cosa più pop di sempre creata dalla band, che non avrebbe sfigurato forse fra i pezzi dei 5 Seconds of Summer, per intenderci. Ma per i Muse, effettivamente, potrebbe rappresentare un azzardo. Blockades, infine, ricorda le atmosfere di Uprising, altro grande successo della band (ma, ahinoi, del passato).

Una reazione totale a quelli che erano i toni dark dell’ultimo Drones. E se quei Muse vi avevano fatto pensare che non ci sarebbe stato niente di meglio di quel modo di intendere la musica della band, vi preghiamo di approcciare questo album con estrema cautela.

In sostanza un buon disco, anzi buonissimo. Ma non esaltante. Come se una parte sia frutto di un’effettiva novità stilistica (temporanea o meno, poco importa) e l’altra il rigurgito di un passato glorioso. C’è da dire che dopo 26 anni di carriera riuscire comunque a sfornare un album come questo è sintomo di un collettivo che alla fine è sempre lì sul pezzo. Ed è sempre la band di fascia A di cui sopra.

7.5/10

PEZZO MIGLIOREPressure
DA ASCOLTAREThought contagion, Algorithm, Bloackades

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