Recensione: MIKKY EKKO – Fame

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Dopo averlo incrociato per due volte quest’anno fra i nostri NEW SOUND settimanali e averlo inserito nella Summer Compilation 2018 con Light the way, il 34enne statunitense Mikky Ekko pubblica un album che vale la pena di tenere in considerazione.

Nato in Louisiana e rapito dalla musica in quel del Tennessee, a Nashville (vera e propria fucina di grandi talenti), ha debuttato nel 2013 balzando agli onori delle cronache con Stay, cantando  insieme a Rihanna. Un’infanzia sempre in movimento con il padre predicatore ha arricchito il suo songwriting di un elemento spirituale molto forte soprattutto a livello di liriche. Lo si nota in pezzi come R.I.P. o la title-track Fame, ma no, non è affatto un disco soul. Tutt’altro!

Mikky Ekko, all’anagrafe John Stephen Sudduth, sa spaziare fra gli stili con una facilità disarmante. Lo dimostra l’avvio di Bitter che sembra quasi un pezzo dei Verve pre-Urban Hymns. Anche nella radiofonica Light the way, che ha riempito la nostra ultima Estate in musica, sceglie sempre la soluzione melodica che permette al brano di restare inchiodato in testa. Dotato di un timbro vocale molto particolare e di un estensione da non sottovalutare, con Chasing daylight lavora su ritmiche e fraseggi in over-beat nei territori affini agli Imagine Dragons, ma senza scimmiottare mai e, soprattutto, senza gli strilli tipici del sottogenere. In alcuni passaggi di Cherish you, invece, sembra di ascoltare uno Sting moderno. La grande varietà e la scelta di non adagiarsi su uno stile unico, omogeneo e particolarmente riconoscibile rende il disco ancora più interessante, specie quando gli spunti hanno diverse radici. In Not the one, ad esempio, tenta qualche richiamo rock che è una via di mezzo tra gli Stereophonics e i Kings of Leon, mentre Blood on the surface, che incanta nella sua semplicità, si trasforma nel ritornello in un inno corale di grande spessore. Di tutt’altra pasta What’s it like now, nella quale si punta al pop-rock da classifica con una bella strizzatina d’occhio data dal falsetto dell’inciso.

Fa sempre piacere incontrare artisti che curano i suoni senza affidare a terzi la “patata bollente”. Non a caso Mikky Ekko è anche produttore (non solo dell’opera in sé). Tuttavia, se è vero che l’album gioca con gli stili e attinge da vari bacini, può risentire della mancanza di quell’elemento chiave che identifichi lo “stile Mikky Ekko” o che comunque esalti una delle tante qualità dell’artista. Anche perché, e lo sappiamo bene, per restare nella mente del pubblico il fattore riconoscibilità non è affatto trascurabile.

7/10

MIGLIOR PEZZO: Blood on the surface
DA ASCOLTARE: Light the way, Chasing daylight, What’s it like now

 

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