Recensione: MÅNESKIN – Il ballo della vita

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Se in questi anni sono state tante le stelle comete della musica provenienti dalla TV d’intrattenimento (giusto per non ripetere il termine talent), qui siamo al cospetto di un unicum. Anche perché teniamo sempre presente che la musica la fanno le canzoni e la loro capacità di essere ricordate nel tempo, non solo chi le canta. Sono loro a rendere davvero immortali gli artisti. Il primo album di inediti dei Måneskin è uno step in quella direzione, almeno nelle intenzioni di Damiano e soci, come sostengono più volte, soprattutto nei testi in italiano. Da Chosen in poi, questo è fuori discussione, pubblico e addetti ai lavori si sono trovati di fronte a qualcosa di molto diverso dal solito. Tanti ingredienti che, miscelati insieme, formano il potenziale di una band che può lasciare un segno tangibile del suo passaggio. Questo è quanto traspare ascoltando Il ballo della vita. E se a livello di testi il lato sbruffone del frontman può risultare talora stucchevole; dal punto di vista dell’immagine, della “confezione” in cui è racchiuso il prodotto Måneskin, quella “cazzimma” era proprio l’ingrediente mancante in un panorama pop prevalentemente occupato da finti umili abituati a sbandierare al pubblico il solito melenso “È tutto merito vostro”.

Prodotto da Fabrizio Ferraguzzo, il disco viaggia tra suoni funky contaminati con il rock di radice anni ’90. Suonato. E bene (dettaglio da non trascurare), con la voce di Damiano che gioca a fare la rockstar maledetta concedendosi diverse parentesi black. Tecnicamente lodevoli e quasi mai paraculi, il disco si apre forte di un pezzo come New Song che ha abbastanza presa da poter dare un’impronta ben precisa al tutto. E passando per l’atmosfera malinconica di Torna a casa, tra arpeggi elettrici e acustici e archi che spalancano il panorama sonoro, viaggiamo in un’alternanza di brani in italiano e in inglese che scivolano via che è una bellezza. Appena 34 minuti per 12 tracce, come a ribadire l’importanza che less is better

L’aspetto più delicato da analizzare sono gli elementi di secondo piano che, tuttavia, potrebbero fare la differenza nel percorso a lungo termine dei Måneskin. Questo mix tra inglese e italiano è un punto di forza o un limite? Diventerà un loro marchio di fabbrica oppure sarà quel campo minato da cui prima o poi dovranno fuggire per inseguire una (supposta o imposta) “identità”? Qui la situazione è diversa rispetto ai precedenti storici perché i pezzi in lingua inglese, che pur rappresentano il meglio della loro produzione, hanno una controparte italiana di fortissimo impatto. Lo dimostrano la già citata Torna a casa, L’altra dimensioneLe parole lontane e Morirò da re. In ultima analisi, la scelta di mix di mettere in risalto la voce di Damiano rispetto alla band e alla curata scelta dei suoni, nonostante il godimento che si prova nell’ascoltarla, può togliere un po’ di sapore internazionale. Argomento di discussione per gli amanti del dettaglio, insomma.

In realtà avercene di album così. Il ballo della vita è uno dei must-have del 2018, al punto che i Måneskin potrebbero campare di rendita sfornando singoli senza alcun problema per almeno due anni. Identificativo, ricco di personalità, al punto che viene da chiedersi come si evolverà il loro percorso. Bisognerà aspettare e bisognerà aspettare la reazione del pubblico, soprattutto quando li vedremo in tour. La vera grande speranza è che quando li risentiremo le cose con Marlena si siano sistemate del tutto. E definitivamente. Capito, Damià?

7/10

PEZZO MIGLIORE: Are you ready?
DA ASCOLTARE: New song, Torna a casa, Le parole lontane, Fear for nobody, Morirò da re.

 

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Un commento su “Recensione: MÅNESKIN – Il ballo della vita

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