I Linkin Park e la lezione di Chester

di Vasco B. e Alessandro Germano


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Chester Bennington, voce e anima dei Linkin Park, scomparso tragicamente il 20 Luglio 2017.

Una generazione confusa, arrabbiata, infelice, insicura. Il disagio generazionale e la condizione umana in genere sono stati il cavallo di battaglia di molti artisti nostrani: da Gaber a De André passando per Rino Gaetano e, in tempi più recenti, grazie al suo Prisoner 709, un inaspettato quanto geniale e profondo Caparezza. Chi ha saputo interpretare la generazione dei nativi ’80 e ’90 all’estero sono stati senza dubbio i Linkin Park.

Quelli rabbiosi di Hybrid Theory, in cui collera e depressione si fondono nella voce (ora sofferta, ora graffiata) del compianto Chester Bennington e nel rap ponderato di Mike Shinoda. Tutt’altro che scontati, sono riusciti a unire generi contrastanti quanto i sentimenti sprigionati dalle loro canzoni. Pop, rock, metal, elettronica in un mix così dirompente da avergli fatto guadagnare svariati premi, fra cui un Grammy, soltanto con il disco d’esordio.

Sarebbe stato facile accontentarsi della via più facile, quella che alcuni si sentono furbescamente in diritto di percorrere sull’onda del successo immediato, invece no. Con Meteora, l’album pubblicato nel 2003, cambiano decisamente rotta. Spiazzano,  sperimentano fino a raggiungere il confine sottile tra genio e follia che crea quel legame indissolubile che li renderà icona di un’intera generazione di ascoltatori che più e meglio di altre sanno recepire e interpretare le loro modalità di “racconto in musica”. Non si limitano a cantare la rabbia che aveva caratterizzato il loro lavoro precedente, ma imboccano, senza tradire l’idea che li ha consacrati, un tipo di linguaggio che aspira a una tristezza più pacata e riflessiva.

I Linkin Park di Minutes to Midnight rappresentano una generazione e una società tediata dai pericoli e dalle insicurezze che sono figlie di quelle che viviamo ai giorni nostri. Ricordiamo che siamo nel 2007, al termine dell’ombrosa amministrazione di Bush figlio, nel periodo intermedio fra il terrore innescato dalle devastanti immagini degli attacchi al World Trade Center (e la conseguente invasione di Iraq e Afghanistan, dalle cui riflessioni nascerà poi il capolavoro What I’ve done) e la crisi economica globale che arriverà di lì a poco. Un’altra decisione impopolare quanto importante per il gruppo, che di nuovo preferisce non adagiarsi su soldi ormai facili, ma prende posizione su temi sociali con un disco il cui titolo stesso è un riferimento al tempo che resta prima dell’apocalisse. Muovendosi tra la critica sociale e l’introspezione, fra tour infiniti e i crescenti problemi di salute di Chester, con A Thousand Suns, Living Things e The Hunting Party si affermano sempre di più a simbolo di una società malata, infelice e confusionale.

Il tutto culmina nel 2017 con l’uscita di One More Light, l’album più introspettivo e depresso che abbiano scritto, il faro puntato su problemi ormai talmente evidenti da non poter essere ignorati. Il singolo omonimo si fa strada quasi come una preghiera ed è uno dei pezzi più importanti per la band stessa. Con delle sonorità quasi irriconoscibili, Chester dedica questa triste ballata a chi ha bisogno di “una luce in più”, un’opera di carità in lotta alla depressione di cui la band si è fatta portavoce, proprio a partire dal suo frontman. Ma l’avversario si è rivelato troppo più forte del previsto e Chester Bennington, voce e anima dei Linkin Park, ha dovuto capitolare lasciando il mondo intero senza parole. In suo onore è stato istituito il fondo One More Light, che si occupa di raccogliere aiuti umanitari e di diffondere l’importanza del concetto di salute mentale.

Una band specchio dei tempi, che riflette e accusa duri colpi, ma che non si arrende e spinge tutti ad andare avanti, in attesa di un futuro. Proprio come quei fan che aspettano di capire cosa sarà di loro. Nella speranza che la luce in più di cui tutti abbiamo bisogno sia più luminosa di quella che ci ha guidati finora.

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