10 anni senza FESTIVALBAR

di Alessandro Germano


Doveva essere solo un anno sabbatico, un rimettere insieme le idee e i cocci di qualcosa che evidentemente si era rotto…e invece no. Per la prima volta dopo trentun anni, nel 2008 nessuna rete televisiva trasmette le puntate della kermesse di musica estiva più famosa in Italia: il Festivalbar. Fa ancora in tempo ad uscire l’ultima compilation nello storico doppio formato rosso e blu, ma la programmazione di Italia 1, la rete che ha trasmesso la manifestazione per tutti gli anni Novanta e Duemila, guarda ormai in altre direzioni.

È stato detto e scritto di tutto in merito. Milioni e milioni di polpastrelli si sono agitati sulle tastiere di mezza Italia chiedendone il ritorno a forza di punti esclamativi. E quest’inverno per poco non ci scappa il colpo gobbo con l’annuncio di una possibile nuova edizione condotta da Daniele Bossari. In poche ore la voce fa il giro del web, ma è un fuoco fatuo. Dal quartier generale di Festivalbar arriva immediata la risposta. Andrea Salvetti, figlio dello storico patron Vittorio e proprietario del marchio e del format, smentisce categoricamente. Non si esclude nulla per il futuro, ma questa volta la sensazione è che le speranze del grande ritorno siano ormai ridotte al lumicino.

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I detrattori non usano mezzi termini quando commentano l’estinzione del Festivalbar. Il motivo? Canzoni e personaggi rivedibili, conduzioni zoppicanti e poi l'”imperdonabile” playback. Dall’altra parte, invece, i supporter sognano un ritorno in pompa magna. Come gli iscritti alla pagina Facebook Rivogliamo il Festivalbar, che ad oggi vanta oltre 6000 like, più tutta una sequela di iniziative che vanno ben oltre l’operazione nostalgia.

Laddove per anni tutti si sono domandati che cosa abbia rotto il giocattolo spaziando dai problemi legati ai costi alle tesi più complottistiche, noi vogliamo soffermarci su un altro aspetto. Come siamo cambiati, se siamo cambiati, in questi dieci anni senza Festivalbar? E soprattutto, funzionerebbe ancora se andasse in onda oggi?

C’è da spezzare una lancia in favore dell'”esercito del sì”. Chi ha vissuto l’adolescenza negli anni Novanta e Duemila difficilmente dimenticherà il “friccico ner core” scatenato dalla storica voce di Italia 1 che annunciava sicura: “Ritorna l’Estate. Ritorna…Festivalbar“. Quel breve teaser, che contenesse la data di messa onda o solo il fastidioso “Prossimamente“, era foriero di tutta una serie di emozioni. Le ultime verifiche e la fine della scuola, le mattine e i pomeriggi finalmente liberi, le canzoni da cantare e da ascoltare in auto lungo la strada per le vacanze, grazie anche alle famose compilation blu e rosse. E che dire dei cast stratosferici che costavano un occhio della testa ma che in periodi di vacche grasse erano ben ripagati dagli ascolti e dagli sponsor? Insomma, un patrimonio di bei ricordi da conservare nonostante la trasmissione in sé  non fosse sempre impeccabile: a tratti ripetitiva nello stile, nella regia e nella conduzione

Ma cerchiamo di andare a fondo di uno dei nostri quesiti: i millennial seguirebbero Festivalbar con lo stesso piacere di chi li ha preceduti?

Il primo indizio verso la risoluzione dell’enigma lo dà il numero spropositato di concerti e festival che si tengono ogni anno nella stagione estiva. Decuplicati rispetto al passato. All’evento visto in TV si preferisce quello dal vivo, magari a pochi minuti di macchina da casa. Per ascoltare la canzone del momento non è più necessario aspettare che passi alla radio, è sufficiente premere play su Spotify. Per vedere in faccia il beniamino di turno e capire come si veste o come si muove non serve aspettare né il video su MTV né tantomeno l’esibizione sulle reti Mediaset. Con un rapido tap sulle storie di Instagram possiamo sapere cosa sta facendo in questo momento, cosa ha mangiato oggi o chi ha incontrato. Il Festivalbar, come dice soprattutto chi ha avuto modo di calcarne il palcoscenico, era fondamentalmente una vetrina. Di cui oggi, forse, si potrebbe anche fare a meno. Perché gli artisti spingono il pubblico ad acquistare i loro album e i singoli direttamente dallo smartphone personale. Inventano contest in tempo reale, lasciano like ai fan,  rispondono ai loro commenti o ancora li menzionano in una storia.

1-e1430753573876.jpgQuesti elementi potrebbero bastare per rivedere al ribasso le prestazioni della manifestazione in chiave di audience. Più funzionali, anche se molto più “paraculi”, sono i Wind Music Awards, organizzati dalla FIMI, e strutturati in modo che l’artista e il fan vengano chiamati in causa per un fine nobile come la consegna di premi legati a risultati di mercato: vendite di album, singoli, presenze di spettatori dal vivo, eccetera. Di contro, la manifestazione soffre la scarsissima presenza di artisti internazionali che non hanno alcun interesse a presenziare per una sera all’Arena di Verona, impegnati come sono a piazzare date su date dei loro infiniti tour.

Certo, per venire incontro alle esigenze del tempo che cambia e di chi, tutto sommato, fa bene a continuare a desiderare ciò che di bello è stato visto in passato, sarebbe interessante vedere una creatura ibrida. Una kermesse che premi i big per i risultati ottenuti e promuova le loro nuove creazioni, ma che sia una vetrina soprattutto per i giovani (cosa che in passato avveniva spesso) e che sia di richiamo per i big mondiali. Con una struttura se non più snella al passo con i tempi, una conduzione fresca e un’interazione a 360 gradi con il pubblico basata sull’utilizzo dei social, anche durante la trasmissione stessa.

Allora sì che sarebbe auspicabile un grande, grandissimo ritorno del Festivalbar.
E il buon Andrea Salvetti, nonostante la latitanza e le difficoltà dei tempi in cui viviamo, probabilmente lo sa molto bene.

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