Perché l’indie e la trap sono ormai una certezza

di Alessandro Germano


Una cosa è sicura: credere che tutto ciò che appartenga al passato sia migliore, sebbene vada di moda, non sortisce alcun effetto positivo. Le tirate nostalgiche di chi ha qualche conto in sospeso con ciò che è stato e non vuole guardare a ciò che sarà iniziano ormai ad annoiare. E se molti si lamentano del fatto che la vita è breve, non sarà forse perché ne viviamo solo una parte per poi passare quella restante a millantare i “fasti” del passato? Certo, sono molte le cose che oggi non ci sono più e che ricordiamo come belle. Ma quante lo erano effettivamente e quante sono forti solo per effetto delle associazioni che le legano a ricordi positivi?

Cosa c’entra tutto questo con la musica di Summer Compilation? Molto più di quanto si possa immaginare. Il 2018 rappresenta un vero e proprio anno di svolta per il panorama musicale italiano. Quest’inverno la classifica si è popolata di nomi che ai più hanno fatto rizzare i capelli: “Sferaebbasta? Motta? GhaliCalcutta? Ma ‘sta gente da dove esce fuori?”. Comprensibile. Il nuovo spaventa sempre. Con un piccolo sforzo di memoria o di curiosità ci accorgiamo, però, che è sempre stato così e che non tutto ciò che è novità è da cestinare. Quando l’Italia degli anni ’60/’70 era ancora alle prese con gli amori strappalacrime e melodrammatici, comparivano quelli che sarebbero poi diventati i beniamini del ventennio successivo. Dai capelloni ai cantautori più impegnati. Anche gli anni ’90 subirono un nuovo scossone che portò il pubblico giovane a dimenticarsi di tutta una serie di artisti che avevano segnato le vite della generazione precedente. E quasi scientificamente, anche oggi, dopo vent’anni, avviene un nuovo salto generazionale. Quelli che erano considerati i volti nuovi nell’infanzia degli attuali trentenni o quarantenni, oggi o vengono seguiti per osmosi con passioni tramandate da fratelli, sorelle, genitori, eccetera, o sono visti come “vecchi”.

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I giovani e i giovanissimi (che, non dimentichiamolo, rappresentano sempre la più grande fetta di consumatori del mercato musicale) ascoltano senza pregiudizio il rap e la trap. Frah Quintale, la Dark Polo Gang, Liberato e molti altri. La musica italiana si è aperta anche a generi differenti: il pop tinteggiato di folk, ad esempio, rappresentato da talenti come Wrongonyou, tanto per citarne uno. O quello più elettronico di Joan ThieleLeMandorle; la dance contaminata dal cantautorato di Cosmo. Per non parlare del filone indie-pop, da alcuni già soprannominato “it-pop”: Calcutta, Canova, Gazzelle, Motta, Brunori SASEx Otago e tanti altri.

Ma cosa ha reso possibile tutto ciò? È solo il passare del tempo che ha portato i giovani a non rispecchiarsi più in artisti che ormai hanno sfondato da un pezzo il muro dei 40 anni? O c’è di più?

Se pensiamo a Modena e agli ultimi sold-out di Vasco ci accorgiamo in meno di un secondo che non è soltanto l’età anagrafica delle parti in causa a fare la differenza. I nuovi artisti hanno carisma, hanno un linguaggio nuovo, competenze tecniche non indifferenti (anche se non si direbbe). Sono autori e, soprattutto, hanno delle buone canzoni. Le benedette canzoni. L’essenza della discografia. Cantano ciò che scrivono, interpretano in prima persona le loro creazioni e rappresentano il muro contro il quale la grande macchina messa in piedi dalle major e dalle TV si sta andando a schiantare. Sarà davvero finita l’era degli interpreti foraggiati di pezzi anche molto belli scritti da professionisti del songwriting come Tommaso Paradiso dei TheGiornalisti, ad esempio? Questi dieci anni e più di talenti armati di tecnica micidiale e di voci sfonda-timpani che si riversavano a ondate sul mercato per rimanerci giusto il tempo necessario a rimettere in piedi una nuova edizione del talent di turno e creare nuovo spazio per altri speranzosi.

indieitaliano-1.jpgLa nuova ondata italiana, invece, magari è meno preparata tecnicamente, non ama il bel canto e ostentano uno stile interpretativo tutt’altro che ortodosso infarcito di auto-tune e correzioni varie.

L’utilizzo della voce è cambiato non solo dal punto di vista della tecnica, ma anche delle tecnologie di supporto. Probabilmente abbiamo anche imparato a mixare. Ed era ora. Il canto non è più l’elemento preponderante del panorama d’ascolto, ma una parte del tutto. Cosa che fuori dal nostro paese, invece, è la tradizione. La voce è sempre stata l’elemento fondante del nostro modo di fare musica. Ma i tempi di Beniamino Gigli sono passati da un po’ e oggi la musica ha subito una miriade di contaminazioni. Alle doti canore preferiscono la vicinanza al pubblico espressa attraverso un linguaggio più vicino alla realtà di tutti i giorni con la dizione che sfarfalla fra il milanese di periferia e il romanesco più o meno ostentato. E questo dimostra il bisogno del pubblico di sentirsi sempre e comunque rappresentato, non solo di essere utilizzato come mezzo per raggiungere il successo.

Ragazzi che già sei, sette anni fa, ascoltavamo nei club e che ottenevano un grande successo. E guardandoli la domanda che ci ponevamo era: perché non riescono a sbarcare il lunario? La risposta, con il senno di poi, è piuttosto semplice. Non si erano ancora create le giuste condizioni.

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I figli del digitale e dell’internet sociale. Arrivati in alto grazie al pubblico, ma soprattutto grazie al web che ha reso le loro creazioni disponibili a tutti in pochissimo tempo. YouTube e Soundcloud fra tutti. Non è più necessario avere il grosso contratto discografico per poter dire di essere sulla bocca di tutti. Basta Spotify a proiettarti in un secondo lontano anche 10.000 km nelle casse e nelle orecchie di un qualsiasi ascoltatore dall’altra parte del mondo. Più concorrenza e più necessità di distinguersi. Fra tante teste solo quelle più originali o controcorrente riescono a farsi largo. In mezzo a tanti fenomeni dell’ultim’ora e a tanti dubbi più o meno leciti sulla durevolezza di una certa tendenza, quel che è sicuro è che le classifiche sono dominate dalla nouvelle vague italiana. Insultata, criticata, vessata da una parte; adulata dall’altra. Non è necessariamente il segno di un degenero, ma di un mondo che cambia. E non si chiede di sposarne la causa, semmai di comprenderla e di domandarsi, senza pregiudizio, cosa porta il nuovo pubblico dei grandi consumatori a scegliere i nuovi artisti italiani?

E l’impressione che ben presto inizieranno ad essere amati ed apprezzati anche fuori dal nostro paese è molto, molto forte.

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