Recensione: CALCUTTA – Evergreen ****

calcutta-evergreen-nuovo-disco-rockitSu Calcutta si è detto di tutto. Che è un volpone, che fa lo scemo per non andare alla guerra, che non è nulla di che, che vive nell’ombra di Battisti, Paolo Conte o qualche altro nome altisonante. Noi lo abbiamo ascoltato (per bene) da Frosinone in poi e di lui ci ha sempre colpito quell’ingenuità sana, l’innocenza delle cose semplici narrate in modo semplice e articolato al tempo stesso e la capacità di camminare funambolicamente fra il reale e l’onirico. Le canzoni di Calcutta sono viaggi. Tutte  riconducibili ad un determinato periodo, momento, ondata o genere di riferimento, ma ricche di personalità. E più le si ascolta, più questa sensazione si amplifica.

C’è da dire che il ragazzo ha un gusto tutto suo e un’inventiva mica da ridere. Famosi sono ormai i suoi videoclip ripresi con una grana da cinema italiano anni ’80/’90. I titoli grossi, non ombreggiati, che imitano il lavoro fatto dalle vecchie truke cinematografiche. Dei lunghi viaggi sensoriali nel passato svuotati di tutto ciò che non conta. Anche la copertina di  Evergreen, lontana dalla saturazione cromatica del periodo e molto vicina a ciò che si sente nel disco, riprende questo trend. Un’infanzia ritrovata nel presente, un eterno 1992 imbevuto dei ricordi dell’autore. Last but not least, l’ultima trovata di realizzare gli in-store per promuovere l’album negli Autogrill. Geniale.

Dunque non stupitevi se Calcutta piace, soprattutto ai più giovani e se al mondo degli -enta e degli -anta non dispiace affatto. Quel sapore retrò che brilla di luce propria e non sa di stantio prende forma in Briciole, il pezzo che non ti aspetti in apertura di album, ma che funziona proprio per questo. Paracetamolo è pronta a tenere banco per tutta l’estate come un jingle del Cornetto Algida che fa innamorare solo al lancio del refrain “Io sento il cuore a mille” (pubblicitari, noi l’amo l’abbiamo lanciato). E se Pesto e Kiwi ormai fanno storia a sé e sono parte di un repertorio già consolidato, Saliva, nella sua cruda verità, incanta. Dopo il tuffo elettronico di un minuto e sedici secondi della “ferroviaria” Dateo (e chi è di Milano ha capito bene), un altro riferimento ai treni, ai viaggi, anche nella magica Hübner, che prende il nome dall’ex calciatore di Cesena, Brescia e Piacenza che negli anni ’90 era una garanzia fantacalcistica.

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La saga dei titoli sintetici viene interrotta solo da Nuda nudissima che inizia con il distorsore della chitarra sparato al massimo per poi rievocare i fasti della musica britannica anni ’80 e ’90. Così particolare che nel testo c’è spazio anche per un sensuale ritratto di Raffaella Carrà che distesa nuda osserva il Taj Mahal. L’ultimo acuto lo suona Rai, tratteggiata come una graphic novel moderna dai colori sbiaditi, in cui si racconta un’ospitata televisiva vissuta quasi come un’esperienza extra-sensoriale.

Il mondo di Calcutta è sospeso tra la cruda realtà dove tutto è esattamente come appare e un mondo in bilico fra l’onirico e il distopico. Evergreen conferma la massiccia capacità di Edoardo D’Erme di saper creare un’identità sonora in linea con il personaggio e il messaggio che intende veicolare. Il tutto addolcito dal suo timbro vocale che rende più morbidi anche i passaggi in cui il galateo verbale viene meno. Colui che un tempo era un bandiera dell’indie è ormai una certezza. ****

IL NOSTRO PEZZO PREFERITO: Pesto
CONSIGLIATI: Paracetamolo, Kiwi, Hübner, Rai, Saliva, Nuda nudissima

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2 commenti su “Recensione: CALCUTTA – Evergreen ****

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