Intervista – ANDREA FORNARI: “La mia nuova ERA”

di Alessandro Germano

af-7.jpgAbbiamo chiacchierato con Andrea Fornari, già disco del mese di Marzo su Summer Compilation. Perché? Intanto è bene sapere che questa, oltre a essere la prima intervista in assoluto su summercompilation.com, non è la classica finta chiacchierata che spesso siamo costretti a leggere in cui il blogger o il giornalista “amico di” porta agli onori delle cronache un perfetto sconosciuto. Noi Andrea non lo avevamo mai nemmeno sentito nominare. Lo abbiamo scoperto (e non nel senso Pippo Baudesco del termine) e abbiamo pensato che valesse la pena amplificare i meriti del suo lavoro. Canta e compone benissimo in inglese proponendo un indie-folk con fortissime influenze pop e Monday morning light, singolo che ha anticipato l’uscita del suo nuovo primo lungo dal titolo Era (e che trovate recensito qui) è stato davvero un fulmine a ciel sereno.

Andrea, prima di cominciare la nostra chiacchierata, una breve considerazione: la prima intervista di summercompilation.com è per te, sei stato singolo del mese di Marzo e siamo molto felici di aver recensito il tuo album Era. Si nota tanto che abbiamo apprezzato il tuo modo di fare musica?
Per me è un onore e sono felicissimo che il mio modo di far musica vi abbia colpito in qualche modo.

Sei torinese trapiantato a Lussemburgo e sei anche architetto e designer. Pensi che la tua parentesi fuori dal nostro paese si concluderà?
Rispondo alla tua domanda dandoti una grande notizia: sono già rientrato in Italia, da pochissimo, in effetti. Ho vissuto a Lussemburgo per quasi 4 anni, è stata un’esperienza fantastica, ho avuto un sacco di opportunità e fatto tantissime belle esperienze legate al mondo della musica e al mondo dell’architettura. Ad un certo punto, però, ho sentito il bisogno di tornare a vivere in Italia, portandomi dietro questo bellissimo bagaglio di esperienze. Nuovamente nella mia Torino, quindi. Torno a casa sperando che la voglia di scrivere e fare musica non mi abbandoni mai. Crescendo, le priorità e i bisogni cambiano, le sensazioni che provo nel fare musica, invece, sembrano congelate nel tempo.

Suoni e canti un indie-folk moderno di respiro internazionale, ma hai la sensibilità e la capacità di creare suggestioni tipiche degli italiani. Quali sono i percorsi o gli eventi che hanno contribuito a creare questa amalgama?
Sicuramente ciò che ho ascoltato nel corso degli anni ha contribuito a orientare il mio modo di scrivere e suonare. Sono nato e cresciuto a Torino, città ricca di musicisti pazzeschi e artisti molto noti in Italia, ho ascoltato e ancora oggi ascolto musica italiana, ma vivere all’estero per un lungo periodo di tempo ha reso possibile un mio confronto diretto con la musica internazionale, con artisti emergenti del centro Europa, il loro modo di approcciarsi alla musica ecc.. Credo che l’amalgama di cui parli sia nata grazie a questo doppio background di esperienze e culture musicali.

Com’è essere italiani e scrivere e cantare in inglese nel 2018? Trovi sia ancora una discriminante o, forse, come sta avvenendo per artisti del calibro di Wrongonyou o Joan Thiele, possiamo finalmente dichiararci liberi di esprimere la nostra arte musicale come meglio crediamo?
Il mio primo lavoro ufficiale, l’EP Home, è uscito due anni fa. Scegliere di scriverlo e cantarlo in inglese per me è stata una scelta quasi obbligata. In Lussemburgo, più in generale nella Greater Region, la maggior parte della gente è trilingue, ma l’italiano non è fra le lingue conosciute purtroppo. L’inglese era il mezzo più efficace per far arrivare il messaggio al maggior numero di persone. Quindi credo sia questo il punto principale: il messaggio, non il linguaggio che usiamo per veicolarlo. Ogni linguaggio, però, ha i propri suoni e colori. Negli ultimi mesi ho pensato a quanto l’italiano sia una lingua incredibile, con un vocabolario infinito, dei suoni bellissimi. Ti anticipo che sto scrivendo dei pezzi in italiano, insomma.

AF 4.jpgSe il mondo di oggi fosse un enorme quadro e tu dovessi collocarti su questa tela, saresti l’Andrea disegnato sulla copertina di Era, proiettato in cammino verso il futuro, ma tempestato dai glitch?
Pensa che la copertina di ERA è a tutti gli effetti un quadro, realizzato da un artista e amico italiano con cui ho avuto la fortuna di instaurare una bella amicizia in Lussemburgo, Mauro Menin. Il quadro di Mauro mi ha da subito colpito e abbiamo deciso insieme di trasformarlo nella copertina del mio disco. Ha saputo trasmettere alla perfezione ciò che l’album simboleggia, un percorso, un cammino, una crescita. Ciò che mi interessa è riempire la mia vita di passione per quello che faccio, non piegare i miei desideri e i miei sogni al volere di altre persone. Se il mondo di oggi fosse un enorme quadro preferirei non collocarmi all’interno della tela, vorrei essere lo spettatore che rimane rapito a fissarlo in contemplazione, ogni giorno con lo stesso stupore, spero.

Ascoltando il tuo album, più che i paesaggi d’oltreoceano tipici del folk, sembra di camminare in scenari molto più urban. Abbiamo preso una cantonata o è l’impressione che hai avuto anche tu in fase compositiva e di produzione?
Quando scrivo faccio molta fatica a identificare le sensazioni che un brano susciterà in un ascoltatore, se ci provo sovente mi sbaglio (sorride, ndr). Non mi sono dato nessun paletto, sia in fase compositiva, sia in fase di produzione. Penso sia un disco più pop rispetto al precedente EP, questo senza dubbio.

C’è un artista o un album in particolare che, anche solo a livello di suggestioni, ha influenzato la stesura del tuo disco?
Non saprei citartene uno. Il disco è stato influenzato da tutti gli artisti o dalle singole canzoni che ho ascoltato durante un anno di scrittura.

La mano di Maurizio Chiaro è molto “presente” a livello di produzione. Quanto ti è stato d’aiuto nell’esaltare le tue idee? Hai scoperto delle cose interessanti riguardo il tuo modo di fare musica che prima non avevi considerato?
Conosco Maurizio da una vita, collaboriamo in musica ma siamo fondamentalmente due amici con una grande passione comune. Il suo lavoro è stato fondamentale sia perché si tratta di una persona molto preparata dal punto di vista tecnico, sia perché mi conosce molto bene personalmente e questo rende le cose estremamente più facili e fluide. È intervenuto sui suoni del disco e ha saputo consigliarmi la strada migliore da prendere riguardo ad alcune canzoni. Il tutto con estrema pazienza. Conoscerlo, anni fa, è stata una vera fortuna.

Senza piaggeria, ma hai la capacità di creare sempre motivi che, alla fine, per un motivo o per l’altro, rimangono in testa. Quanto è importante questo aspetto per te, come songwriter?
Senza ipocrisia, molto al momento. Sono un cantautore emergente e per emergere devo cercare di rimanere in testa.

Abbiamo ascoltato Era in diversi contesti e in diverse situazioni. C’è una location che secondo te esalta l’ascolto del tuo disco?
In macchina, secondo me, non è male!

So che è una domanda tipica da intervista musicale, però siamo curiosi: come è nata Monday morning light?
Solo chitarra e voce. È stata una delle prime canzoni che ho scritto del disco. Abbiamo lavorato al mix del brano e l’abbiamo chiuso in pochi giorni. Mesi dopo, una volta completato l’album, mi sono alzato e ho deciso insieme a Maurizio, non so bene perché, che quel brano andava riarrangiato completamente. Abbiamo realizzato un nostro remix, l’abbiamo fatto ascoltare ai ragazzi di Ghost Records e insieme abbiamo deciso che sarebbe diventato il secondo singolo. Quando è uscito il brano è entrato nella classifica Viral di Spotify, quindi sono davvero contento di esser tornato sui miei passi.

Chiamandoci Summer Compilation, anziché la solita domanda sui progetti futuri, siamo quasi obbligati a chiederti se hai in mente di pubblicare un singolo in tempo per l’Estate.
Qualcosa in programma c’è, ma non posso anticiparvi molto. (sorride, ndr).

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