Recensione: WRONGONYOU – [Re]Birth ****

rebirth.jpgNon fatevi ingannare, anzi per restare sul  letterale, al netto dell’errore grammaticale di cui va fiero l’autore, “Non sbagliatevi”. Già, perché Wrongonyou, nome d’arte di questo ragazzone alto quasi due metri che canta in inglese, trasuda Italia da ogni poro essendo lui orgogliosamente romano. Una gavetta piena di belle soddisfazioni: passa qualche tempo negli Stati Uniti, poi torna in Italia e si mette a lavorare come un pazzo riscuotendo un buonissimo successo su Soundcloud. Pubblica il primo EP due anni fa e viene notato dallo star-system nostrano, in particolare da Alessandro Gassman, che lo designa co-autore della colonna sonora e co-interprete del suo film Il premio.

Prima di descrivere nel dettaglio [Re]Birth, partiamo da una considerazione off-topic, ma mica tanto: l’avvento che più ha colpito il mondo della musica italiana è stata l’invasione degli interpreti. Ragazzi mandati letteralmente allo sbaraglio che, nonostante le indubbie qualità tecniche, non avevano nel cassetto la cosa più importante di tutte: un bel plico di canzoni memorabili da regalare al pubblico. Di quelle che ti porti dietro per tutta una vita. Fortunatamente questo fenomeno sta andando in controtendenza grazie alla spinta propulsiva di più correnti musicali. E il motivo è semplice: il mercato discografico delle major non ha tenuto conto del fatto che la gente ha bisogno di ritornelli che si facciano ricordare, di arrangiamenti che fanno sognare. Di canzoni, insomma. Ed è proprio lì che l’indie inizia a prendere il largo, in quel fazzoletto di terra in cui l’avanzata di un manipolo di talenti incredibili si scontra con l’inefficienza di chi non ha svolto al meglio il proprio mestiere.

Marco Zitelli, ovvero Wrongonyou, fa parte di questa nouvelle vague. Ad accompagnare il suo brand c’è il personaggio, c’è lo stile, c’è una gran bella voce e ci sono le benedette canzoni. Così belle che questo album è una boccata d’ossigeno fin dal primo ascolto. Sembra scritto nel Vermont, mentre in realtà trae la sua ispirazione dai boschi delle bellissime zone verdi intorno a Roma, dove vive l’autore.

Troppo facile accostarlo a Bon Iver, e lui stesso ne avrà senz’altro le tasche piene di questa storia. Non a caso siamo qui per parlare di altro, di un disco dalle sonorità folk, né lento, né involuto, che esalta e si esalta perché uniforme, evocativo, ben suonato e ben arrangiato. Perfetto per il mercato internazionale, ma anche per tutta una frangia di ascoltatori nostrani che apprezza il genere e non solo.

Non abbiamo il tempo di metterci comodi che l’album parte subito forte con Tree, un mix nel quale i primi Mumford & Sons sembrano abbracciare John Newman. Il gioiello della raccolta, Prove it, non si fa attendere, ma su di lei forse si è già detto e scritto abbastanza e lasceremo che siano le note a parlare per noi. Il trittico formato da Rebirth/Family of the year Son of Winter è un tripudio di colori e di emozioni: la prima ricorda le grandi ballate di Sting, la seconda è una commovente lettera d’amore, come ci si può aspettare dal titolo; l’ultima, la più bucolica, ci proietta direttamente nei paesaggi che descrive. È un lato A di grande spessore e l’energia non sembra flettersi con Green river, fra le più “Boniveriane” dell’album, e Sweet Marianne, che richiama le atmosfere dei Goo Goo Dolls degli anni d’oro in versione acustica. La chitarra acustica e il groove coinvolgente di The lake culminano in un ritornello che farà sicuramente piacere a un’ampia fetta di pubblico e che non sfigurerebbe affatto nelle heavy rotation radiofoniche della prossima estate. Ipotesi non troppo auspicabile poiché questa, così come I don’t want to get down e la traccia di chiusura, Killer, figuravano già nel bellissimo EP del 2016 The mountain man. Sono pezzi da novanta tutti e tre e non a caso il buon Zitelli ha scelto di riproporli nel suo primo LP. A concludere il nostro racconto ci pensa la morbida e delicata Shoulder, scritta con Maurizio Filardo e pezzo di punta del già citato film Il premio.

Consigliamo: tutto l’album.

Questo disco è incredibilmente bello. L’unicità di Marco Zitelli rispetto ai nomi a cui viene spesso accostato sta nel prendere le proprie ispirazioni ed esaltarle con suoni che strizzano spesso l’occhio anche al pop, al punto che buona parte di questi pezzi farebbero una grandissima figura in radio, al pari di tanti artisti stranieri in vetta alle classifiche (sì, Sheeran, parliamo anche e soprattutto di te). Alla domanda “È nata una stella?”, dunque, rispondiamo di sì, e brilla come quelle che ammirerete nelle prossime notti primaverili ed estive ascoltando questo album. ****

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Un commento su “Recensione: WRONGONYOU – [Re]Birth ****

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