Recensione: EDITORS – Violence ***

VIOLENCE Final Art_small.jpgDiciamolo senza mezzi termini: questo nuovo album degli Editors lo aspettavamo davvero tanto. Sia perché i ragazzi (ormai uomini) di Stafford ci piacciono parecchio, ma soprattutto perché la grande quantità di pezzi circolanti in rete e già promossi nei live faceva ben sperare. Uno su tutti Hallelujah (So low) che qualche giorno fa abbiamo messo di diritto nella raccolta dei #newsounds di febbraio.

È un album che abbiamo provato ad ascoltare in diverse situazioni e in diverse condizioni e rispetto ad altri sembra avere una sua dimensione ben precisa. È un album notturno, dalle tinte dark, come dimostrano non solo la copertina o la fotografia del videoclip del singolo sopra citato, ma anche il clima che si respira fra le varie tracce. Soprattutto non è immediato. I primi ascolti, infatti, hanno oscillato fra tanti “Mah” e tanti “Boh”, specie i primi. Poi, a poco a poco, una volta metabolizzati il sound e le atmosfere, si riescono ad apprezzare di più e meglio tutte le sfumature create ad hoc da Smith & co.

E non poteva esserci titolo più azzeccato perché le casse martellanti, il cantato, l’attitudine generale del disco è, come dire, di spessore. Insomma: picchia forte. Specialmente la title-track, che dopo quattro minuti abbondanti si lascia andare ad un outro strumentale che si potrebbe persino ballare. Tralasciando Hallelujah, di cui ci siamo follemente innamorati sin dal primo ascolto, sono diverse i richiami pop, come in Darkness at the door e soprattutto in Magazine, pezzo che circola ormai da anni senza mai aver avuto una degna release.

No sound but the wind, invece, è il tripudio del genio interpretativo del cantante Tom Smith. Struggente quanto basta per candidarsi come uno dei pezzi chiave dell’intera raccolta. Nel lento scorrere notturno in cui abbiamo scelto di raccontarvi questo album non sfigura nemmeno la meno eclettica Nothingness. Un po’ fiacche le tracce di chiusura Counting spooks Belong.

ConsigliamoHallelujah (So low), Violence, Darkness at the door, Magazine, No sound but the wind

Chiariamoci, non è un album per tutti i gusti, non è né mondano, né tantomeno rock. Anzi. Ma ci piace sottolineare che nella sua oscurità brilla comunque di luce propria: un interprete di altissimo livello come Smith e momenti di fortissima ispirazione, alternati, tuttavia, ad altri di piattezza. C’è chi ha apostrofato questa band come una scommessa non del tutto vinta, ma a noi piacciono così come sono, pur con i loro alti e bassi, in attesa che la loro continua evoluzione ci porti in nuovi inesplorati territori. ***

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