Non serve essere belli e sani per fare grande musica

di Vasco B.

L’espressione “diversamente abile” indica un’abilità fuori dal comune, dall’ordinario, dallo standard.
È certamente il caso di Michel Petrucciani o di Django Reinhardt che, nonostante un notevole svantaggio fisico, hanno goduto di capacità musicali e artistiche sensazionali.

Affetto da osteogenesi imperfetta, Petrucciani non superò mai il metro di altezza. Le sue ossa erano estremamente fragili: niente partite a calcio, niente corse in bicicletta, ma nemmeno semplici camminate. Petrucciani ha uno scheletro di cristallo. Ma non le mani. Le mani sono grandi, forti, abili e a 15 anni è già un fenomeno del pianoforte. Si esibisce con Kenny Clarke, Wayne Shorter, Steve Gadd, Dizzie Gillespie, Al Jarreau.

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Michel Petrucciani.

Lui non suona il piano, lui è il suo pianoforte e la sua precaria condizione fisica gli consente di dedicarsi in toto al suo strumento. Avvalendosi di un particolare adattamento della pedaliera costruito per lui dalla Steinway, la sinergia diventa totale. Veloce, fantasioso, preciso, una macchina del ritmo, della potenza e dell’armonia spinta al suo massimo potenziale. Petrucciani è stato uno dei più importanti musicisti di sempre e la gratitudine del mondo nei suoi confronti lo ha portato a riposare accanto a ChopinEdith Piaf, Oscar Wilde e tantissimi altri illustri, al cimitero Père-Lachaise di Parigi.

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Django Reinhardt

Storia diversa e uguale per Django Reinhardt, nasce normodotato e comincia una ‘normale’ carriera da suonatore di Banjo. A 18 anni la roulotte di famiglia in cui si trovava prende fuoco e lui riporta ustioni sufficienti a fargli perdere l’uso della gamba destra e di due dita (anulare e mignolo) della mano sinistra. Ciononostante, rifiuta fermamente l’amputazione sfidando il rischio di cancrena, che con molta fortuna riesce a superare. Si fa coraggio e abbandona il banjo per la meno ruvida chitarra e impiega giusto qualche anno a inventare una tecnica che avrebbe rivoluzionato la storia stessa dello strumento. Ma di più, la determinazione e il coraggio di Reinhardt hanno incoraggiato Tony Iommi dei Black Sabbath a continuare a suonare dopo un incidente, ma soprattutto diede il via a tutto un nuovo filone della musica jazz: il manouche.
Non bastasse la menomazione fisica, Reinhardt è completamente analfabeta e incapace di leggere e scrivere qualsivoglia tipo di spartito (addirittura pare che abbia chiesto a un musicista cosa fosse una scala); si fece insegnare a scrivere il suo nome per firmare autografi.
Continuò sempre a suonare e comporre, non smise quando perse l’uso delle due dita, non smise scappando dalla Francia nazista, non smise proprio mai.

Non si fecero scoraggiare da un destino sgarbato e hanno regalato al mondo dell’arte preziosissima. Perché l’arte migliore è sempre quella che arriva dai sentimenti più veri e profondi, quella frutto di un costante alzare l’asticella, spingersi oltre i propri limiti, oltre le avversità attraverso la bellezza e la forza di scavarsi dentro e superarsi, reinventarsi sempre. La stessa forza che Reinhardt e Petrucciani hanno avuto nel dire: “No, nonostante tutto io non mi arrendo”. E a questo punto viene spontaneo chiedersi se gli unici reali limiti che abbiamo non siano quelli che imponiamo a noi stessi.

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