La magia del tempo musicale raccontata da 8 artisti

di Vasco B.

“Quando smetti di combattere, il tempo diventa tuo alleato?”. Per chiunque abbia studiato musica, il tempo è lo scandire dei battiti di un metronomo e la sua velocità la quantità di battiti al minuto.

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Louis Armstrong

Anche se può sembrare metafisica, ascoltando un brano di Louis Amstrong o di James Brown (tanto per dirne un paio) io non trovo riconoscimento in questa definizione, qualcosa mi sfugge non mi è chiaro come loro riuscissero a muovere il ritmo secondo volontà. Allora ho cominciato a pensare al tempo come qualcosa di più.
Come a un’entità da plasmare, ad esempio, composta non dallo scandire dei battiti ma dallo spazio che intercorre tra essi. Con questo approccio scopriamo un tempo infinito tra un battito e l’altro di un metronomo, uno spazio che ci permette di giocare e plasmare il tempo come vogliamo noi.

L’argomento è poco tangibile, quindi passiamo direttamente ad un esempio pratico, il reggae. Il mio insegnante di batteria diceva: “Il reggae è difficile perché bisogna pensare a un panino al prosciutto ma senza il panino”. Paragoni culinari a parte, l’idea è chiara: il tempo nel reggae viene concepito non come la delimitazione di un’area (le due fette di pane) ma come ciò che ci sta in mezzo (il prosciutto) rimanendo tuttavia ben chiaro che si tratta di un panino e non di una fetta di prosciutto. Il risultato? Provate a non farvi prendere da un tempo reggae, è impossibile!

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Gene Krupa

Un altro valido esempio viene dallo swing: la classica cellula suonata sul ride di una batteria rimane nella testa dei musicisti anche quando non è palesata. Non è chiaro? Pensate a Sing Sing Sing: il rivoluzionario Gene Krupa (primo batterista nella storia ad aver inciso un assolo, contribuì allo sviluppo del set come lo conosciamo oggi) apre la canzone con un tema suonato sul tom basso; in quel tema percepiamo chiaramente la cellula swing anche se nessuno la sta suonando. Ce l’ha in testa… forse il tempo è questo, lo spazio della fantasia musicale nel nostro cervello tra un battito e l’altro del metronomo. Se fosse il battito in sé sarebbe un rincorrersi di appuntamenti tutti identici e la libertà musicale ne risentirebbe notevolmente. Nel mondo degli strumenti melodici penso inevitabilmente al già citato Armstrong e la sua capacità ineguagliabile di stendere il tempo come pasta per la pizza (il tema suonato de La vie en rose o il suo duetto cantato

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Ella Fitzgerald

con l’immortale Ella Fitzgerald per Summertime, ad esempio). E poi c’è Sting che coi Police prima e da solo dopo scrive pezzi reggae pensandoli in swing ma questo è un altro discorso.
Nel funky ci soccorre lui, il maestro, James Brown. Lui e la sua band firmano un gioiello di “contraddizione musicale”: Sex Machine infatti è un opporsi di strumenti al tempo, ognuno crea un’entità che tira il capo a una fune. Il funky stesso potrebbe essere considerato una fune tesa…ma quel jingle di piano, anzi la micropausa ai limiti della legatura nell’ultima parte del jingle, quella è puro orecchio e James sicuramente ne aveva da vendere. Menzione d’onore a Superstition di Stevie Wonder in cui il genio “sporca” il suo riff di tastiera con infinite piccole sbavature perfettamente consapevoli che creano quello spazio-tempo in più che tanto ci piace sentire, e al talento abusato di Amy Winehouse che sapeva cantare ai limiti del fuori tempo ma senza andarci mai.

Gustav Mahler diceva: “La cosa migliore della musica non sta nelle note”. Più giusto di così…peccato solo non averne visto nessuno dal vivo.

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