Recensione: LO STATO SOCIALE – Primati ***

di Alessandro Germano

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La scimmia ai cantanti piace. Non c’è niente da fare. Gli anglofoni la piazzano nei testi ogni tre per due e a quanto pare anche agli italiani non dispiace. Richiamo ancestrale? Poco importa, ma se a Gabbani ha portato fortuna con un singolo, Lo Stato Sociale spara più in alto piazzandola dritta in copertina. E allora Viva la Scimmia, perché mai come di questi tempi la tanto millantata evoluzione somiglia forse più ad un’involuzione. Ed è quello che traspare dai testi della prima raccolta dei quattro raghèz bolognesi.

D’altronde è così quando, per dirla con parole loro, “nasci indie”, stampi un EP in 500 copie, la radio quasi non ti si fila nemmeno di pezza e poi all’improvviso arriva il momento in cui il grande pubblico ti chiede a gran voce: “Tirate fuori le canzoni!”. E lo hanno fatto. A modo loro, naturalmente, perché al netto dell’exploit allucinante di Sanremo dove era impossibile non mettersi a saltare al ritmo di E nessuno che rompe i come-si-chiamano, siamo al cospetto una band che musicalmente è uguale a come appare dal vivo: indisciplinata. Nei testi, nel cantato, nella metrica. Soprattutto nella metrica! Ma se sei un po’ pazzo e un po’ incosciente, come loro, tante cose ti vengono perdonate.

L’anno scorso quando uscì Amarsi male, spopolando specialmente fra i giovani, si sono creati uno spazietto tutto loro circondati dai nomi altisonanti in quel paradiso che si chiama “pop da classifica”. In un universo per lo più dominato dai trapper è interessante sapere che esista anche qualche ragazzo che ti ricorda un vecchio compagno di scuola delle superiori o l’universitario che abita nel tuo palazzo che non parli deliberatamente e quasi solo di quanto sono belli i suoi tatuaggi o della roba che spaccia. Lo Stato Sociale non annoia quasi mai, anzi spesso e volentieri, ascoltandone i testi, ci si lascia andare a un sorriso. Sboccati e dissacranti, impiegano un non nulla a “mandare la – loro – poesia a puttane” bloccando in partenza qualunque accesso a territori che potrebbero risultare eccessivamente “zuccherini”. Raccontano senza mezzi termini contraddizioni e cattivi costumi della vita di tutti i giorni disegnandola in maniera così veritiera che vista da fuori verrebbe da preoccuparsi per quanto risulti surreale. Sono bravi a beccare ogni tic, anche il tuo, quello che ti porti dietro ogni giorno e che negheresti categoricamente di possedere.

A livello musicale hanno il carisma tipico dei bolognesi, quell’aria da non-star di chi sembra conoscere a menadito il manuale del “Metodo ‘Sticazzi“. Giocano con il sound alternative e post-punk, con i suoni New Wave (come in Eri più bella come ipotesi) e hanno quella sfacciataggine e quel menefreghismo già sentiti in Rino Gaetano e Vasco, verso i quali i ragazzi non hanno mai disdegnato odi. Del resto sono giovani, non stupidi. E anche un po’ paraculi quando si divertono a piazzare qui e là qualche “Pa-para-pa-pà” giusto perché è d’uopo, quando fai pop, che i motivetti si piantino bene nella testa di chi ascolta.

PEZZO MIGLIORE: Una vita in vacanza
MA ANCHE: Sono così indie, Fare mattina, Eri più bella come ipotesi, Amarsi male, C’eravamo tanti sbagliati, Mi sono rotto il cazzo.

Progettato per tutti ma vicinissimo al gusto che piace ai giovani, questo “best of” saprà farvi sorridere, qualunque età abbiate. Chiamate in causa la parte più scanzonata di voi e lasciate per un attimo da parte quella più inflessibile musicalmente. Entrate nel mondo (o forse ci siete già) de Lo Stato Sociale e passerete un’oretta fra motivetti scanzonati, momenti di riflessione e un mix di soluzione che nel suo complesso suona moderno e retrò allo stesso tempo. Non è un disco epico, ma i ragazzi divertendosi fanno divertire e riflettere anche noi. ***

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