Il tesoro nascosto di Faber

di Vasco B.

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Parlare di Fabrizio De André è complicato perché è un argomento poco originale e molto inflazionato, perché ci sono tante informazioni discordi, perché non puoi parlare di uno che scrive (e canta) “Ogni tre ami c’è una stella marina, ogni tre stelle c’è un aereo che vola” e non puoi neanche dire perché secondo te è il verso più bello e geniale che sia mai stato scritto. È un gigante troppo imponente per essere discusso da “noi umani”. Però una lancia in suo favore vorrei spezzarla.

Sono un grandissimo appassionato di Fabrizio e sono andato a vedere il film con Luca Marinelli. Premesso che non intendo recensire il film ma che mi serve da pretesto, mi è sembrato che mancasse qualcosa. E non solo al film sia chiaro, è una cosa che manca a tutti. Le storie. Ogni disco di Fabrizio rappresenta un percorso artistico indipendente, non correlato in nessun modo col disco precedente (anche se sempre con grande coerenza) e infatti i dischi spesso si passano anni tra loro, come raccontato dalla stessa Dori Ghezzi.

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Io ho questa idea di De André, che lui si immergesse anima e corpo in qualcosa, in un’idea ben definita da far diventare più che un disco una storia da raccontare. Una storia mai causale, sempre ponderata presa dal suo vissuto personale o dalla condizione sociopolitica in cui si ritrovava. Le storie dietro ai suoi dischi sono fondamentali per la piena comprensione del genio che era, del racconto stesso dei dischi… De André è a parer mio un personaggio la cui sola biografia andrebbe conosciuta a menadito prima di poterlo suonare dal vivo. Esigente Faber, ha l’esigenza di chi ha un’idea molto chiara in testa.

Già da Tutto Fabrizio De André è chiaro il suo pensiero: storia e contestazione sociale, vicinanza agli ultimi, agli emarginati, un pensatore e un intellettuale fuori dagli schemi.

Ci è voluto coraggio per un autore di “canzone leggera italiana” realizzare un concept album sulla morte e chiamarlo quasi sfacciatamente Tutti morimmo a stento.

Racconta de La Buona Novella che all’epoca venne preso come un disco anacronistico, fuori dal tempo. Era il 1969 e tutti erano presi dalla rivoluzione, dalla lotta studentesca. Lui, invece, tira fuori quello che definisce “il più grande rivoluzionario di sempre”, che sarebbe Gesù.

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La cover di Vol. 8

Desidero concentrarmi, per legame personale, a un disco forse meno conosciuto degli altri, Vol. 8 che rappresenta a mio avviso il migliore esempio di “storia dietro al disco”. Lo stesso De Gregori racconta che è il frutto di storie sentimentali burrascose e con questa idea in mente è facile percepire dal disco un certo “disordine interiore”. Se è poco conosciuto il disco lo è molto una canzone. LA canzone: Amico fragile.

 

A quasi 10 anni di distanza Fabrizio, ormai stabile in Sardegna, fa una sorta di ritorno alle origini con un intero album in genovese antico. Un esperimento musicale e linguistico fatti di storia, di scambi commerciali fra parole, racconti, lingua e strumenti musicali dal sapore mediterraneo. Un altro percorso, un altro disco. Un successo tale da essere definito da David Byrne dei Talking heads “uno dei dieci album più importanti della scena musicale internazionale degli anni ottanta”.

Sei silenziosi anni dopo esce Le nuvole, dove il capitalismo sfrenato degli anni ’90 viene paragonato all’eccentricità ottocentesca.

Ora per il gran finale: Anime salve è un disco che non ha bisogno di presentazioni, ma vale la pena soffermarsi su come, almeno a parer mio, sembri quasi una sorta di addio. Della malattia seppe solo due anni dopo, quindi parlo di un addio artistico, l’inevitabile fine di un percorso che ha lasciato senza fiato chiunque…e non solo in Italia.

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