Recensione: MAX GAZZÈ – Alchemaya *****

di Alessandro Germano

gazze-cove-alchemaya-maxw-654Si è accesa come una lampadina quando abbiamo appreso che Max Gazzè avrebbe preparato un concept-album con la Bohemian Symphony Orchestra di Praga nel quale avrebbe parlato di ricerca spirituale, storia e mito coronando il suo processo interiore sia di artista che di uomo. E siccome conosciamo bene la sua caratura artistica, date le premesse di cui sopra, abbiamo iniziato ad ansimare.

La copertina già la dice lunga, con il buon Max tinto ad acquerelli e i suoi ricci rimpiazzati da strumenti sinfonici, meccanismi e colori, tanti colori. Gli stessi da cui si viene investiti non appena si preme play e parte L’origine del mondo, traccia d’apertura di questo coraggioso doppio.

Alchemaya è un disco, ma è così potente da sembrare un film. Anzi no, un’Opera, anche se a tratti potrebbe ricordare uno splendido audiolibro. Accidenti, no. È tutte queste cose messe insieme, forse. La spiegazione migliore la danno gli stessi fratelli Max e Francesco quando lo definiscono un’opera “sintonica”. Dove l’elettronica, acerrima nemica dell’orchestrazione (chissà perché, poi), sembra essere stata finalmente accolta in una sorta di compromesso storico. Certo, nulla di inedito, si intenda, ma era interessante capire cosa potesse concepire un artista con le caratteristiche compositive di Gazzè. Ed è bello sapere che nonostante “il nostro” sia tutt’altro che un’artista di primo pelo, sappia ancora dopo tanti anni rinnovarsi mantenendo sempre il suo stile: testi profondi, metrica al limite del matematico, quell’aria scanzonata da cantastorie che però la sa lunga (anzi, lunghissima) e una vocalità non impeccabile ma unica e riconoscibilissima.

Le liriche di Alchemaya sono potenti, ascendono dal quotidiano e dal pop di cui era intriso l’ultimo Maximilian in un universo quasi magico. Al loro cospetto sembra quasi di immergersi in undici poesie unite da diversi fili conduttori. Dal creazionismo non religioso al neoevemerismo e anche oltre. Un mondo affascinante se letto con gli occhi della curiosità e senza pregiudizi. Si va dall’Enuma Elish, poema scritto in accadico sulla nascita del cosmo che strizza gli occhi alle tesi sulla paleoastornautica fino al mito di Gilgamesh e all’affondamento di Atlantide il cui inabissrsi per effetto di un tremendo maremoto avrebbe portato gli dei a rifugiarsi sui monti più alti per sfuggire alla distruzione. In L’anello mancante sono chiari i riferimenti alle teorie sulle possibili manipolazioni genetiche avvenute in tempi remoti: “Una scintilla / a parte / il pezzo mancante d’argilla (…) Questo tratto comune / ci viene dal tempo di Adamo“. Il viaggio prosegue con un tocco di esoterismo: in La tavola di smeraldo, infatti, si accenna ad un “signore del mistero”, probabilmente il controverso Toth l’Atlantideo, autore, si dice, di alcuni manoscritti ritrovati nelle sale della Grande Piramide, in Egitto. Sulle tavole, tradotte dal massone Maurice Doréal nel 1930, sarebbero state narrate la gloria e la potenza di Atlantide e si sarebbe fatta menzione delle cosiddette Sale di Amenti, luoghi sotterranei dove i potenti della città sommersa potevano raggiungere l’immortalità attraverso quelle che oggi chiameremmo porzioni di spazio/tempo. Visioni ad Harran farebbe la felicità di certi studiosi in contrapposizione con la teologia classica. Si accenna, infatti, a Yahveh, il dio del popolo ebraico; ad Aton, il cosiddetto signore della luna e a un altro potente senza nome, anch’egli allontanatosi dalla terra, nonostante nel cielo “transiti a volte / un qualcosa che vola“.

Insomma il materiale da cui si attinge è tanto e al netto di quel che si voglia credere, molto affascinante. Forse queste brevi delucidazioni (infauste, me ne rendo conto) possono dare ancora più lustro al progetto di Gazzè, anche se questo non deve in alcun modo distogliere l’attenzione dall’aspetto musicale. La cura con cui vengono trattati i suoni e la drammaticità che emerge dai vari momenti del disco è di tutto rilievo. Quando l’orchestra sale in tutta la sua maestosità è una delizia per le orecchie. La controparte sintetica rafforza ulteriormente il lavoro fatto giocando anche sulle parti vocali, come nel caso di Vuota dentro (il pezzo, insieme a La tavola di smeraldo in cui la commistione è più evidente) dove la voce di Gazzè sembra provenire da un’altra dimensione.

La seconda parte dell’opera, il volume 2 per intenderci, contiene il riarrangiamento in chiave sinfonica dei grandi successi dell’artista con l’aggiunta, in apertura, del pezzo sanremese La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, forse giustamente slegato, se non altro per la tematica, dal resto del lavoro.

Non sarà il disco che ascolterete lungo la strada per le vacanze, ma probabilmente quello degli attimi di relax o di riflessione. È un’opera che rifugge le distrazioni ed è così complessa da meritare tutta l’attenzione dell’ascoltatore. La potenza evocativa data dai temi, dalle orchestrazioni, dalle melodie e dalle parti vocali rendono questo disco un vero gioiello e innalzano il genio di Gazzè ad un talento a tutto tondo che sa spaziare dal cantautorato, al folk; dall’elettronica al pop da classifica fino a queste straordinarie trovate, senza inciampare, anzi dandoci l’impressione di essere perfettamente in equilibrio e a proprio agio. *****

PEZZO MIGLIORE: L’origine del mondo
MA ANCHE: La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, Il diluvio di tutti, La tavola di smeraldo, Visioni ad Harran.

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